Salute e lavoro

RAPPORTO TRA LAVORO E SALUTE

Il lavoro è un’attività finalizzata alla produzione di beni e servizi. I concetti di lavoro e salute sono collegati: il lavoro influisce sulla salute e può avere un effetto benefico, ad esempio lo svolgimento di un lavoro gratificante, o negativo. D’altra parte bisogna tenere conto che individui che hanno problemi di salute possono incontrare problematiche sul lavoro o nella ricerca di esso.

Osservando la situazione europea 2009 si notano dati interessanti:

  • Il 42 % della popolazione lavorativa europea lamenta problemi sul lavoro in seguito allo svolgimento di movimenti ripetitivi
  • Il 13 % dei professioni di più alto livello affermano invece che le loro abilità non incontrano le richieste del lavoro (e a ciò consegue una serie di fattori negativi anche a livello psicologico)
  • Il 15 % dei lavoratori lamenta che il sollevamento di carichi pesanti è parte integrante del loro lavoro (non accade nei medici ma in altre diverse professioni sanitarie)
  • Il 22 % della popolazione lavorativa europea lamenta stanchezza e posizioni dolorose durante il lavoro

La media della soddisfazione dei paesi europei è direttamente correlata al potere d’acquisto (calcolato a partire dal prodotto nazionale lordo). I cittadini del Lussemburgo, nonostante sia un paese con il PIL più alto d’Europa, non sono tra i più felici, i più soddisfatti infatti sono i cittadini di Svezia, Finlandia, Danimarca, Norvegia, Olanda (Paesi nordici). Viceversa Turchia, Romania e Bulgaria, essendo i paesi a più bassa produttività in termini economici, presentano un basso livello di soddisfazione della vita. L’Italia si trova circa a metà classifica. Nelle popolazioni lavorative è stata fatta un’interessante indagine da Eurostat che fotografa i principali problemi di salute della popolazione lavorativa dell’Europa unita (dati 2008-2009): vengono elencate le percentuali dei lavoratori in relazione a determinate patologie (è stato chiesto ai lavoratori le patologie di cui hanno sofferto l’anno prima). È emerso il seguente quadro:

  • Il 30 % ha sofferto di lombalgie
  • Il 20 % di patologie all’apparato muscolo-scheletrico, sia a livello del rachide, sia a livello del collo e delle spalle e mani
  • Il 15 % ha sofferto di depressione e ansietà (legate a condizioni di stress lavorativo)
  • Vi sono molti altri problemi, compresi quelli di tipo uditivo, dermatologico e infettivo

A livello di medicina generale questi problemi sono di importante rilevanza perché sono molto frequenti, ma bisogna saperli correlare con l’ambiente lavorativo e questo non è sempre immediato.
Qui, invece, vengono considerati gli infortuni sul lavoro e le malattie lavorative correlate alle classi di età: si evidenzia come le malattie occupazionali aumentino con l’avanzare dell’età, soprattutto nella popolazione lavorativa relativamente più anziana, mentre gli infortuni si distribuiscano abbastanza uniformemente nelle classi di età.

Nel settore primario il 10-12 % della popolazione lamenta problemi di salute ma l’incidenza anche se è percentualmente più bassa, del 5-6 %, la ritroviamo in tutti i settori lavorativi, compresi i servizi (ad esempio il settore sanitario dà un grosso contributo per quello che riguarda il disagio psichico).

 

MALATTIE DA LAVORO O OCCUPAZIONALI

La malattia occupazionale è una patologia che può interessare i lavori esposti per un certo tempo, di solito piuttosto prolungato, a fattori di rischio presenti nell’ambiente lavorativo, la maggior parte le possiamo ritrovare in determinati elenchi dell’INAIL (istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro): un soggetto che presenta una patologia che si trova in uno di questi elenchi si presume che sia stato esposto a fattori di rischio che hanno determinato la comparsa della malattia, in questo caso si ha il riconoscimento automatico della malattia occupazionale (ad esempio manifestazione di un’anemia causata dall’esposizione per lunghi periodi al benzene). Ci sono però patologie che non sono inserite in questi elenchi e in questo caso è il soggetto che deve dimostrare che la causa della sua malattia è imputabile a qualche fattore presente nell’ambiente di lavoro.

Perché esistono ancora malattie occupazionali, nonostante il miglioramento generale delle condizioni igienico-sanitarie dell’ambiente lavorativo e l’aumentato impiego nel settore terziario con corrispondente diminuzione dell’occupazione nel settore industriale e agricolo?
I lavoratori in Italia sono circa 22’000’000, circa un terzo della popolazione italiana è impegnata nelle attività lavorative. Negli anni si è passati da circa il 40 % di lavoratori occupati nei servizi, al 61 % alla fine degli anni 90, fino ad arrivare ai giorni nostri (inchiesta realizzata nel 2005-2006) in cui il tasso supera il 70 %. Parallelamente si è ridotto il montante dell’industria in seguito alla meccanizzazione e si sono ridotti gli occupati nel settore primario. In relazione a questo assunto negli anni si sono modificate anche tipologia e frequenza dei rischi.
La regione con il maggior numero percentuale di persone occupate nel settore dei servizi è il Lazio, seguito dalla Lombardia, quella che ha la maggior percentuale di addetti nell’agricoltura è la Calabria perché presenta paesaggi montuosi e l’agricoltura non può essere meccanizzata, al contrario dell’Emilia Romagna, ad esempio.

Il numero di malattie occupazionali negli anni è aumentato e questo è imputabile a varie cause:

  • Introduzione di nuovi cicli tecnologici e immissione in commercio di nuove sostanze chimiche testate in modo insoddisfacente da un punto di vista tossicologico; oggi si parla molto di un rischio emergente legato alle nanotecnologie (ad esempio la commercializzazione di sostanze con un diametro molto piccolo che possono essere inalate ma che possono anche attraversare la cute, ci sono già studi che documentano casi di morte di giovani lavoratori esposti a queste sostanze)
  • Introduzione di nuovi prodotti usati in agricoltura
  • Diffusione delle conoscenze su fattori di rischio e rischi, maggiore informazione e sensibilità con una maggiore percezione del rischio
  • Disponibilità di nuovi strumenti diagnostici e variazione dei criteri diagnostici che permette di fare diagnosi molto precise e fini sulle malattie occupazionali

Per quanto riguarda le caratteristiche delle malattie da lavoro invece possiamo dire che:

  • Gli aspetti clinici della maggior parte delle malattie occupazionali non sono specifici (ad esempio un’epatite da allotano è del tutto indistinguibile da un’epatopatia tossica da abuso di alcool)
  • Molte malattie occupazionali sono caratterizzate dalla presenza di un periodo di latenza tra l’inizio dell’esposizione e la comparsa delle manifestazioni, in generale però si parla di anni ma in certe situazioni l’inizio può essere ridotto a causa di una intossicazione acuta
  • Molti fattori di rischio occupazionali agiscono insieme a fattori non occupazionali, ad esempio l’inquinamento atmosferico
  • L’importanza dei fattori occupazionali è di difficile accertamento

Per tutti questi motivi fare la diagnosi di malattia professionale non è affatto scontato.

Le malattie professionali nel 1914 erano 14, nel dopoguerra in rapporto alla progressiva industrializzazione si osservò un fortissimo incremento del numero delle malattie professionali riconosciute, negli anni poi si sono susseguite una serie di leggi per cui a partire dagli anni ‘90 si denota una progressiva diminuzione del numero.
Per quanto riguarda il numero delle malattie da lavoro riscontrate dall’INAIL nel corso degli anni che vanno dal 2005 al 2009, il numero dei casi è aumentato considerevolmente e le malattie osteo-articolari e muscolo-tendinee rappresentano circa la metà di tutte le patologie riscontrate, seguono poi le patologie da rumore e le malattie respiratorie. Nell’agricoltura le malattie osteo-articolari e muscolo-tendinee sono le più rappresentate ed è interessante notare come il numero di denunce sia triplicato nell’arco di tempo interessato. Anche nel settore industriale le malattie a carico dell’apparato locomotore sono le più rappresentate, seguite dalle patologie a carico dell’apparato uditivo, anche in questo caso le denunce si sono quasi raddoppiate negli ultimi cinque anni. I dipendenti statali sono ovviamente la classe meno soggetta a sviluppare malattie professionali.
Per quanto riguarda la distribuzione delle patologie tipiche per le varie classi di età (i dati si riferiscono all’anno 2000) la pneumoconiosi è presente solo nelle classi di età più anziane, in rapporto al periodo di latenza della malattia, mentre nei soggetti giovani si sviluppano soprattutto le allergopatie cutanee. La patologia muscolo-scheletrica colpisce invece soggetti che hanno meno di 45 anni. I soggetti più anziani sono colpiti dalle neoplasie, di cui uno tra i più conosciuti è il mesotelioma pleurico: i soggetti coinvolti sono relativamente pochi (incidenza di 10 / 100’000), ma è un tipo di tumore molto difficile da trattare, inoltre secondo le statistiche l’incidenza del mesotelioma è in crescita, e il picco è previsto negli anni 2040 (l’estrazione e l’uso di amianto è stato fatto alla fine degli anni ’80, vedi il caso Eternit).

Le tabelle delle malattie professionali comprendono le malattie suddivise per fattori di rischio:

  • Danni da agenti biologici
  • Danni da agenti chimici (radiazioni ionizzanti e non)
  • Intossicazioni (da metalli, da acidi, etc…)
  • Malattie polmonari, come la silicosi e l’asbestosi
  • Broncopneumopatie

 

Obbligo di denuncia

Nella gazzetta ufficiale del 2004, si stabilisce l’obbligatorietà della denuncia, la quale deve essere fatta all’ispettorato del lavoro, o in seguito alla legge 833, all’ASL (in Emilia Romagna nel dipartimento di Sanità Pubblica, in altre regioni nel dipartimento di prevenzione).

Ecco, ad esempio, l’elenco delle malattie occupazionali risalente al 1994. La lista era composta da 61 malattie di cui:

  • 39 provocate da agenti chimici
  • Malattie della pelle causate da sostanze ed agenti non compresi sotto altre voci (comprendono 2 categorie: cancri cutanei ed altre affezioni cutanee)
  • Malattie provocate da inalazione di sostanze ed agenti non compresi sotto altre voci
  • 4 malattie infettive e parassitarie
  • Malattie professionali dovute a carenza (ad esempio lo scorbuto)
  • 8 malattie professionali provocate da agenti fisici (ad esempio il nistagmo ed i crampi professionali)

Le malattie professionali sono suddivise in tre liste

  1. Lista 1: malattie la cui origine lavorativa è di elevata probabilità. Se il medico ha sottomano questa lista e facendo l’anamnesi professionale trova una possibile correlazione tra la patologia e l’ambiente di lavoro allora è obbligato a fare denuncia
  2. Lista 2: malattie la cui origine lavorativa è di limitata probabilità
  3. Lista 3: malattie la cui origine lavorativa è solo una possibilità

In ogni lista le malattie sono classificate in sette gruppi

  • Malattie da agenti chimici
  • Fisici
  • Biologici
  • Malattie dell’apparato respiratorio non comprese in altre voci
  • Malattie della pelle
  • Tumori professionali
  • Malattie psichiche e psicosomatiche da disfunzioni dell’organizzazione del lavoro

 

INFORTUNIO SUL LAVORO

Come per le malattie professionali anche negli infortuni troviamo una causa lavorativa: la discriminante tra le due è il data dal fattore tempo. Prima dell’esordio delle malattie professionali occorre attendere diversi anni, mentre per quello che riguarda gli infortuni la causa, che generalmente è di tipo violento, agisce in pochissimo tempo.
Il problema degli infortuni sul lavoro ha una portata globale e nei paesi industrializzati leggiamo sui giornali almeno una volta a settimana che è avvenuto qualche incidente grave e / o mortale, uno dei settori più coinvolti è quello edilizio.
Le cause sono molteplici ma in generale si osserva nei lavoratori una scarsa percezione del rischio e, per quello che riguarda il soprattutto il settore edilizio, mettere in sicurezza un cantiere costa, non tanto in termini di denaro ma soprattutto in termini di tempo. Per quello che riguarda tutti gli altri settori si possono individuare molteplici cause: chimiche, fisiche e biologiche (microrganismi, ad esempio la puntura con un ago infettato con il virus dell’epatite).

Etimologia: generalmente si tende ad utilizzare come sinonimi i termini incidente ed infortunio sul lavoro, ma l’incidente identifica qualcosa che incide, accade, avviene casualmente mentre si fanno altre cose. L’infortunio deriva dal latino infortunium e significa non fortuna: indica quindi un incidente avvenuto senza volontà propria o malvagità altrui, produce delle lesioni obiettivamente constatabili che hanno come conseguenza la morte o un’invalidità che può essere permanente o temporanea.

La legge italiana prevede una modalità particolare di infortunio: l’infortunio in itinere. Si definisce come un incidente che avviene mentre si è in viaggio verso il lavoro.

L’infortunio è caratterizzato da alcuni elementi:

  • Anomalia dell’accadimento
  • Imprevedibilità del fatto dannoso (definizione medico-legale)
  • Accidentalità dell’incontro tra causa lesiva e lavoratore: questo però non dipende dal caso o da causa di forza maggiore ma è legata alla pericolosità della prestazione d’opera

Sull’imprevedibilità ci sarebbe da discutere, in quanto gli infortuni sono per definizione altamente prevedibili: dal decimo rapporto del comitato misto dell’ufficio internazionale del lavoro e dell’organizzazione mondiale della sanità, l’infortunio è stato definito come la conseguenza statisticamente prevedibile del fallimento tecnico sociale del lavoro. È una definizione che ha un contenuto di politica sanitaria e riferisce che da un punto di vista statistico gli infortuni si possono prevedere se non sono attivate le misure di prevenzione. Se ci troviamo di fronte a una certa situazione a rischio noi abbiamo la quasi certezza, da un punto di vista statistico, che si realizzi un infortunio, e la probabilità che si verifichi l’evento è inversamente proporzionale alle misure di sicurezza adottate.

Per quanto riguarda i numeri, i dati su scala mondiale riferiti all’anno 2005 dicono che i Paesi a economia di mercato, come il nostro, contano in tutto 400’000’000 di persone economicamente attive, e 7’500’000 di infortuni. Nei paesi in via di sviluppo gli infortuni denunciati diminuiscono drasticamente. Prendiamo ad esempio la Cina: ha un numero quasi il doppio di popolazione attiva, ma dichiara solo 61’000 infortuni, mentrel’India, un paese molto popoloso, ne denuncia solo 900: sono numeri destinati ad aumentare man mano che questi Paesi inizieranno a disporre delle risorse per uno sviluppo più adeguato. Il problema, ovviamente, sta nel fatto che gli infortuni non vengono denunciati: riprendendo l’esempio della Cina, si verificano almeno una volta al mese incidenti in miniera con esiti di 100 o 200 morti, i dati ufficiali indicano invece che gli infortuni gravi sono 12’000, a fronte dei 14’000 denunciati dagli Stati Uniti. In india la situazione è ancora più oscura perché i casi denunciati sono solo 200. La stima globale degli infortuni è quindi piuttosto aleatoria.

In Italia gli infortuni sul lavoro sono diminuiti, siamo partiti dal 2,8 % nel 2003 e siamo arrivati al 2,5 % del 2007 passando per un 2,9 %, in generale gli incidenti sono diminuiti del 10,7 %. Irlanda e Spagna sono i paesi che hanno ottenuto i risultati migliori, mentre Danimarca, Svezia e Regno Unito i peggiori. Se però si considerano solo i dati relativi all’anno 2007 l’Italia non è certo tra i paesi con i migliori risultati, se escludiamo Austria e Portogallo.

Per quanto riguarda l’incidenza degli infortuni nei vari settori lavorativi nel 2009, l’INAIL afferma che c’è stato un grosso calo nei settori agricolo e industriale, ma questi dati non sono del tutto reali: vengono infatti calcolati come tassi in rapporto al numero degli occupati, se io diminuisco gli occupati (numeratore) e mantengo invariati i tassi (denominatore) il rapporto si riduce. Tant’è che se consideriamo gli stessi dati ma in relazione alle ore lavorate (circa 700’000’000 in totale) alle ore di infortunio e alle ore di malattia, possiamo calcolare che è avvenuto un infortunio ogni 7’614 ore nel 2009, ed 1 ogni 7’496 ore nel 2008. È un numero piuttosto d’impatto se confrontato con l’incidenza di incidenti stradali: 1 ogni 3’172’774 nel 2008 e uno ogni 2’739 329 nel 2009. Questo fa capire quanto i numeri degli infortuni sul lavoro siano importanti e di grande impatto per la società.
Il settore più a rischio è quello edilizio, seguito dal settore dei trasporti e dall’industria manifatturiera, generalmente i lavoratori sono meno informati sui rischi e su come evitarli e magari lavorano anche in nero. Per tutti questi motivi molto a rischio sono i lavoratori extracomunitari, la cui percentuale maggiore è rappresentata dai lavoratori rumeni (15 %), seguiti dai lavoratori marocchini (14 %) ed albanesi (10 %). Il numero complessivo di lavoratori stranieri in Italia è di circa 119’000.

In Italia, la mortalità in seguito ad infortunio (non specificatamente sul lavoro, ma in generale), è inferiore al 5 %, mentre molti altri Paesi europei ed i paesi orientali presentano percentuali molto più elevate.
Le cause di morte variano a seconda dell’età: le cause esterne e l’avvelenamento rappresentano la prima causa di morte nelle giovani classi d’età, andando avanti invece aumenta sempre più l’incidenza di incidenti cardio-vascolari e tumori. Sul luogo di lavoro si muore percentualmente poco, il 4 %, ma ancora troppo, infatti molte di queste morti potrebbero essere evitate. In ogni caso, si muore molto di più a casa, facendo sport e durante il tempo libero (33 % di morte per i trasporti e 63 % per gli incidenti domestici). La tendenza è in diminuzione per tutti i tipi infortunio.

Nell’ambiente di lavoro l’intera Europa presenta valore di morti intorno al 2 %: vi sono Paesi dove vi è una maggiore attenzione verso la prevenzione come Norvegia, Svezia, Finlandia, Olanda e Gran Bretagna, tutti gli altri Paesi hanno valori intorno al 1 o 2 %, tranne il Portogallo e Malta (2,5 %) che hanno valori tendenzialmente più elevati. Invece, in Grecia, che risulta a livello della Svezia, la percentuale delle morti è molto più simile a quella dell’Italia e della Spagna. Per quanto riguarda  l’incidenza degli infortuni sul lavoro divisi per attività economica è ribadito il concetto che il contributo maggiore è dato dal settore industriale ed edilizio. Il tipo di industria maggiormente coinvolta è quella manifatturiera con un contributo del 20 %, seguono i trasporti al 18 % e l’agricoltura-foreste al 14 %, la leadership è nelle mani delle settore delle costruzioni con il 30 %.

Per confronto, se si considerano i numeri degli infortuni domestici e del tempo libero, notiamo che Ungheria, Repubblica Ceca e Francia hanno alti tassi in questo senso mentre l’Italia si trova in media con gli altri paesi europei. L’attività ludica si prende il 36 % del totale, gli sport il 18 % ed i lavori domestici il 4 %.

Il concetto fondamentale è che dal punto di vista medico bisogna sempre pensare che una qualsiasi malattia può dipendere dal contesto lavorativo del paziente, quindi è necessario sempre fare l’anamnesi lavorativa e collegare l’occupazione e la tipologia di patologia.

Come si possono prevenire gli infortuni? Sono stati elaborati dei modelli di prevenzione, che constano di 3 punti chiave:

  • Prevenzione, ossia migliorare la conoscenza dei rischi nella popolazione
  • Formazione, ossia essere messi in grado di evitare le situazioni a rischio
  • Cambiare o rafforzare comportamenti correlati al rischio, ad esempio dopo aver eseguito prelievi o punture, l’incappucciamento dell’ago è un comportamento fortemente a rischio, staticamente ci si punge due volte su dieci. Occorre quindi ridurre i comportamenti ad alto rischio e incoraggiare comportamenti appropriati in caso di emergenze. Cambiando punto di vista e osservando il problema in un ambito esteso alla popolazione intera, è necessario chiedere il consenso su problemi controversi (comunicazione sul rischio), comprendere, consultare e coinvolgere la popolazione nelle decisioni importanti