Prevalenza del HIV e incidenza

Il virus del HIV appartiene alla famiglia Retroviridae, alla sottofamiglia Orthoretrovirinae, del genere Lentivirus, a cui appartengono anche altri virus dell’immunodeficienza acquisita di altre specie animali come quello della scimmia e dei felini, più una serie di virus responsabili di malattie neurodegenerative in varie specie animali, i cosiddetti virus lenti.

Di HIV in realtà ne esistono due tipi diversi, HIV1 e HIV2, che corrispondono effettivamente a due virus diversi, nel senso che si sono filogeneticamente originati da virus diversi.

HIV si è originato per evoluzione ed adattamento alla specie umana da SIV, in particolare i due HIV si sono originati da due varietà di SIV diverse, responsabili di infezioni in scimmie diverse, anche il salto di specie, cioè il passaggio dalla scimmia all’uomo è avvenuto in momenti diversi (siamo intorno agli anni ’30 comunque) e a partire da ospiti diversi. Le loro caratteristiche intrinseche sono fondamentalmente diverse in quanto il loro genoma è differente, HIV2 manca di un gene che ha invece HIV1, hanno diversa circolazione geografica, infatti HIV1 è molto più diffuso, è responsabile di metà delle infezioni in Europa, in America, nei paesi industrializzati, mentre HIV2 ha una circolazione prevalentemente limitata all’Africa soprattutto Occidentale e al Centro Sud America. Un’altra caratteristica distintiva è che HIV2 da un’infezione con una evoluzione molto più lenta rispetto ad HIV1. Cioè è molto più alta la percentuale di individui infetti con HIV2 che non evolvono verso l’AIDS rispetto ad HIV1, nel senso che HIV2 è meglio adattato alla specie umana, quindi mantiene in vita il suo ospite rispetto al più cattivo HIV1.

 

DATI EPIDEMIOLOGICI

In totale al mondo ci sono circa 33 milioni di individui con una infezione da HIV, circa 2 milioni e mezzo di questi sono bambini, l’AIDS pediatrico è un aspetto dunque particolarmente importante e drammatico soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Altro dato importante è che ogni anno (o almeno nel 2009) ci sono 2,6 milioni di nuove infezioni e le morti correlate ad HIV sono state circa 1,8 milioni.

La situazione non è tuttavia equamente distribuita nel globo, si ha infatti una forte, fortissima disparità tra l’entità e l’andamento della infezione nei paesi industrializzati rispetto a quelli in via di sviluppo. Di questi 33 milioni di individui infetti da HIV la stragrande maggioranza vive nei paesi in via di sviluppo, soprattutto nell’Africa Sub Sahariana, dove è a livelli tragici, ma anche nell’estremo Oriente, nell’Europa dell’est, in cui l’infezione sta sviluppandosi molto rapidamente e nel Sud America. L’infezione da HIV in età pediatrica, nei bambini, è di nuovo un problema importante nei paesi in via di sviluppo, mentre in Italia grazie alle terapie farmacologiche è possibile limitare la trasmissione materno-fetale (che nei paesi industrializzati è dunque un evento decisamente raro), ovviamente tutto questo non si verifica nei paesi in via di sviluppo. Considerando aspetti umanitari ed etici dell’infezione da HIV, i più colpiti sono paesi poveri con economie traballanti, milioni di individui malati indicano dunque milioni di persone impossibilitate a lavorare che vanno a minare ulteriormente la già precaria situazione economica di questi paesi. L’AIDS, insieme alla Malaria e alla Tubercolosi è, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, una delle tre malattie della povertà, che deve dunque essere controllata nei paesi in via di sviluppo. Le morti per HIV, cioè per AIDS, sono decisamente maggiori sempre nei paesi in via di sviluppo, rispetto quelli industrializzati in cui vi sono dei farmaci adeguati.

La prevalenza dell’infezione da HIV nell’Africa Sub-Sahariana arriva al 25-30 %, un individuo su 3 è dunque portatore dell’infezione, ci sono dunque delle percentuali spaventose di siero-prevalenza.

Le terapie antiretrovirali, sono terapie molto costose (si parla quasi di oltre 1000 euro al mese per paziente) e ovviamente i paesi poveri non possono affrontare queste spese. Ci sono paesi in cui l’accesso alle terapie è inferiore al 20 % o al 10 %, ovvero un individuo malato su 10 o su 5 ha accesso alle terapie. Anche paesi come la Turchia, dunque vicini a noi e non ascrivibili al terzo mondo, presentano un tasso di accessibilità alle terapie inferiore all’80 %, come poi i paesi del Sud-America, ad esempio l’Argentina o il Brasile presentano un accesso molto limitato alle terapie.

In Italia, stando a dati non aggiornati al 2009, ci sono circa 170’000-180’000 individui affetti da HIV. L’andamento delle nuove infezioni (ovvero delle nuove diagnosi anno per anno) ha subito un calo significativo a partire dagli anni 90, un periodo in cui sono cominciate le campagne di sensibilizzazione ed informazione. Alla fine del primo decennio del 2000 la tendenza si è tuttavia invertita, ovvero stanno aumentando le nuove diagnosi di HIV, ciò significa che è cambiata la percezione della infezione, mentre all’inizio degli anni ’90 c’era veramente il terrore e la diagnosi significava in tempi più o meno rapidi la morte, ora grazie al miglioramento della terapia la diagnosi non fa più così paura e quindi le persone hanno abbassato la soglia di guardia nei loro comportamenti e riprendono ad aumentare le diagnosi di nuovi casi. Si sono modificate notevolmente le modalità di trasmissione, l’85-90 % delle infezioni sono da ascrivere alla trasmissione sessuale (omosessuale od eterosessuale).
Altre forme di trasmissione quali quelle dovute al passaggio di strumenti infetti tra tossicodipendenti sono assolutamente secondarie, si può parlare essenzialmente di una trasmissione sessuale, il contagio avviene attraverso le mucose genitali.

I casi di AIDS conclamato sono notevolmente diminuiti per effetto delle terapie, il problema più drammatico è questo: nell’arco di 10 anni è aumentata notevolmente, praticamente triplicata, la percentuale di individui che scoprono di essere infetti da HIV al momento della diagnosi di AIDS. Ovvero si tratta di individui che per anni e anni hanno vissuto con l’HIV senza fare il test, con un conseguente pericolosissimo abbassamento delle soglie di guardia in atteggiamenti pericolosi, senza che tra l’altro il partner ne sia minimamente informato, dunque il singolo assume una responsabilità sociale. Oltre che per l’individuo singolo questo ha un peso morale anche nei confronti della società.