Artroscopia del ginocchio

La chirurgia è l’unico trattamento che offre possibilità di guarigione o comunque notevole miglioramento a lungo termine in pazienti che presentano artrosi a ginocchio.

I possibili approcci chirurgici – a diversa invasività – sono:

  • Artroscopia.
  • Osteotomia.
  • Protesi monocompartimentale.
  • Protesi bi- e tricompartimentale.

Artroscopia:

Con artroscopia si intende un processo endoscopico tramite il quale è possibile entrare in un’articolazione valutare il danno ed effettuare il trattamento riparativo.

Come primo approccio chirurgico l’artroscopia può essere utile in presenza di un quadro artrosico iniziale di I-II grado associato a patologie meniscali o corpi mobili; il risultato è quello di procrastinare l’insorgenza di dolore (non tanto l’evoluzione della patologia). Diversi studi mostrano infatti come il lavaggio e la pulizia articolare con bonifica meniscale e asportazione di corpo mobili siano fattori importanti nel miglioramento della sintomatologia dolorosa e nell’aumento della capacità funzionali del paziente. Gli osteofiti che si formano durante il processo artrosico possono infatti rompersi e formare corpi mobili che danneggiano ulteriormente l’articolazione. Inoltre, la rimozione e diluizione degli enzimi coinvolti nel processo di degenerazione ostro-cartilaginea dell’artrosi sembra avere un’importante influenza sul dolore; persistono dei dubbi sul fatto che possa influire sulla patomeccanica dell’artrosi.

L’intervento di artroscopia può servire anche per tardare l’approccio chirurgico maggiore; tale ritardo può essere anche particolarmente significativo arrivando anche a 13 anni.

Quindi l’indicazione maggiore all’artroscopia si ha in un paziente con artrosi di grado lieve, senza pregressi interventi, con menischi in buone condizioni e assenza di grave varismo o valgismo, in cui può offrire benefici fino nell’84% dei casi, anche a lungo termine.

Invece, in un paziente con varismo grave (che causa un sovraccarico mediale) e/o pregressa meniscectomia, raramente apporta beneficio; varismo e meniscectomia rappresentano infatti i fattori prognostici peggiori.

Questa procedura è utile in quanto consente di effettuare:

  • Condroabrasioni, che inducono sanguinamenti dai vasi sub.condrali e la conseguente reazione riparativa con formazione di fibrocartilagine, che pur non essendo tessuto cartilagineo, comunque copre l’osso sub-condrale migliorando la sintomatologia dolorosa e supplendo in parte alle funzioni della cartilagine articolare ormai degenerata.
  • Perforazioni: presentano la medesima ratio delle condroabrazioni, e sono indicate per lesioni cartilaginee circoscritte; mediante l’utilizzo del trapano ortopedico al fine di determinare, come nel caso, precedente, una fibrosi rigenerativa che possa, in qualche modo, vicariare la cartilagine.
  • Trapianti ossei massivi o morcellizzati: è possibile realizzare il trapianto da cadavere, attingendo dalla banca dell’osso [il prof. cita la clinica Rizzoli di Bologna come una delle più antiche d’Italia ad aver realizzato un sistema di immagazzinamento e conservazione di pezzi ossei da usare per il trapianto (altre banche dell’osso sono presenti a Verona e a Firenze)]. Questi trapianti sono indicati prevalentemente nel paziente giovane; questo processo, nei giovani, consente di ritardare il ricorso al trattamento protesico. È però presente il rischio di mancato attecchimento del trapianto osseo, con conseguente necrosi.
  • Sinoviectomia: indicata soprattutto nelle forme in cui è ipertrofica e produce grandi quantità di liquido sinoviale
  • Bilanciamento dei tessuti molli, per ripristinare il corretto assetto articolare. Comprende interventi sui tessuti:
    • rotulei (alarectomia: si incide l’alare per andare a ricentrare la rotula) ;
    • compartimento interno;
    • compartimento esterno;
    • riallineamento distale dell’apparato estensore (tendine sotto-rotuleo del quadricipite ricentrando l’apofisi tibiale anteriore);
    • capsula articolare ;
    • crociato anteriore e posteriore.